Il benessere lavorativo è un’utopia?

Nella mia esperienza professionale di Psicologo del Benessere ho notato molte similitudini tra i team ad alte prestazioni in ambito organizzativo e sportivo. Entrambi eccellono nel raggiungimento dei propri obiettivi e risultati quando il benessere lavorativo all’interno del gruppo è elevato in conseguenza di un ottimo clima ambientale. La creazione di un buon clima all’interno del gruppo di lavoro è determinato essenzialmente da tre fattori: l’ambiente inteso come luogo di lavoro nel quale le mansioni sono specificate in modo chiaro e non ambiguo, che permetta un sano equilibrio tra vita personale e lavorativa. Un buon rapporto con il management aziendale in termini di apprezzamento e reciproca fiducia. Una buona qualità della vita emotiva sperimentata all’interno del contesto di lavoro che si traduce in forte motivazione, senso di appartenenza e soddisfacenti relazioni interpersonali.

Recenti indagini volte ad analizzare la situazione italiana rispetto alle tesi appena esposte, fanno emergere alcuni dati non particolarmente confortanti. Per esempio si evidenzia che solo il 20% dei lavoratori si reca sul luogo del lavoro felice, che solo il 50% dei dipendenti italiani ritiene il proprio ambiente di lavoro stimolante, che circa il 50% ha fiducia nel futuro lavorativo. Tali dati allarmanti sembrerebbero derivare dalla mancanza nelle aziende italiane di benefit e piani di welfare strutturati. In realtà, da un’analisi più approfondita, pare che il vero problema legato all’insoddisfazione sui luoghi di lavoro sia prevalentemente da ricercare nella mancanza di “senso” che caratterizza il tempo che le persone dedicano al lavoro. Svolgere la propria attività come un tempo “altro” rispetto a quello della propria vita personale espone le persone a vivere situazioni demotivanti, caratterizzate da frustrazione e cinismo. In questo senso il lavoro risulta “un mezzo per guadagnarsi da vivere” che non si configura come uno spazio esistenziale all’interno del quale la persona diviene ciò che è.

I tempi della crisi economica planetaria dovrebbero farci riflettere su questi aspetti legati a un modo di intendere il lavoro ormai obsoleto e tipico di vecchie economie che consideravano la produttività materiale disgiunta dall’arricchimento spirituale del lavoratore. La nuova figura dell’imprenditore è chiamata a prestare attenzione al profitto ma con una nuova accezione, vale a dire curandosi del benessere organizzativo dei lavoratori che operano nella propria impresa. L’agire economico acquista in tal senso un significato più completo che include aspetti etici di utilità sociale e dignità del lavoratore.

In questa grande sfida l’imprenditore non è l’unico attore sociale che deve ripensare il proprio modo di fare impresa, è evidente che questo passaggio epocale deve essere sostenuto da politiche del lavoro e relazioni industriali che vadano nella stessa direzione con la finalità di progettare un nuovo patto per il Paese. La modernità liquida, che permea le esistenze di tutti noi, si propaga anche nel mondo lavorativo declinandolo in termini di attività estemporanea che non contribuisce a fornire spessore esistenziale alla persona.

Il capitale umano, nella sua piena e profonda autenticità, costituisce il valore fondamentale di qualsiasi organizzazione e contribuisce in misura rilevante a fornire valore ai sistemi produttivi. Potremmo sostenere che il capitale umano, e il suo corrispondente benessere, rappresenta l’elemento strategico delle organizzazioni ad alte prestazioni in quanto concorre a rendere durevole e stabile il processo organizzativo dotandolo di una qualità superiore. Il capitale umano è in grado di produrre risultati migliori quando si avviano buone pratiche finalizzate a massimizzare il benessere dei team di lavoro che si traduce in minor assenteismo, miglior precisione, alta motivazione.

Già una Direttiva del Dipartimento della Funzione Pubblica del marzo 2004 si muoveva in questa direzione per quanto riguarda l’adozione di misure per migliorare il benessere organizzativo nelle pubbliche amministrazioni. La finalità di tale direttiva consisteva nel migliorare il benessere all’interno della propria organizzazione rilevando le opinioni dei dipendenti sulle dimensioni che determinano la qualità della vita e nell’adozione di opportune misure di cambiamento per valorizzare le risorse umane, aumentare la motivazione dei collaboratori, migliorare i rapporti tra dirigenti e operatori, accrescere il senso di appartenenza e di soddisfazione dei lavoratori per la propria amministrazione, rendere attrattive le amministrazioni pubbliche per i talenti migliori, migliorare l’immagine interna ed esterna e la qualità complessiva dei servizi forniti dall’amministrazione, prevenire i rischi psico – sociali.

A quasi 15 anni di distanza dall’emanazione di quella direttiva è difficile valutare quanto sia stato fatto in questo senso. Probabilmente un’attenta analisi rivelerebbe che in alcuni contesti sono state adottate misure che hanno permesso di innalzare notevolmente il livello di benessere che i dipendenti sperimentano nei luoghi di lavoro, anche se l’impressione è che ci sia ancora molto da fare. Nel privato la situazione non è molto differente dal settore pubblico in quanto, a fronte di una convinzione piuttosto radicata dell’importanza di incrementare il benessere all’interno delle organizzazioni, segue raramente l’adozione di misure concrete in tal senso.  Si evidenziano, in ogni caso, realtà virtuose all’interno delle quali si sperimentano alcune o parecchie delle situazioni seguenti: l’offerta di un’assicurazione complementare, l’investimento in strumentazione professionale per favorire il lavoro, la predisposizione di iniziative a favore della flessibilità lavorativa, l’attuazione di azioni per la sicurezza sul lavoro, l’istituzione di sportelli di consulenza psicologica, l’implementazione di piani di carriera e progetti di formazione continua, la predisposizione di ambienti di lavoro funzionali e gradevoli, la ricompensa delle performance con bonus, l’azione di supporto per i dipendenti con piani di salute fisica e sportiva, la facilitazione della gestione della vita privata dei collaboratori con l’adozione di iniziative come asilo nido, baby sitting, mense scolastiche, buoni benzina, buoni spesa.

Il processo di rinnovamento delle imprese italiane, pubbliche e private, deve necessariamente confrontarsi con l’urgente esigenza di restituire al lavoratore la sua piena realizzazione durante l’esperienza lavorativa. Si tratta quindi di tracciare una nuova via che possa contribuire a far ripartire le nostre aziende all’insegna di un nuovo modello produttivo in cui gli aspetti legati alla performance aziendale si coniughino con la piena soddisfazione del lavoratore.

Alessandro Visini – Psicologo del Benessere e dello Sport

L’evoluzione dell’atleta master in ambito natatorio

Il panorama dei nuotatori master si compone di atleti provenienti da mondi molto diversi tra loro; ex agonisti, triatleti, persone che arrivano dai corsi di nuoto e vogliono provare a cimentarsi nelle gare e molto altro ancora.

Anche le motivazioni e gli obiettivi che stanno alla base della pratica sportiva di ogni atleta master sono molto diversificate; alcuni master inseguono quasi esclusivamente il risultato agonistico, altri nuotano per il piacere di farlo, altri ancora trovano nell’ambiente dei master un motivo di socializzazione.

Riguardo a coloro che inseguono prevalentemente il risultato, la costante che ho potuto notare da parte di chi mi chiede una consulenza per migliorare le proprie performance riguarda generalmente due aspetti che si ha la tendenza a scindere tra di loro, ma che in realtà sono le due facce della stessa medaglia.

Quando un nuotatore mi rivolge la seguente domanda – “Che cosa devo fare per migliorare le mie prestazioni natatorie?” – la mia risposta è sempre la stessa: “Devi lavorare sulla tecnica del gesto motorio e sull’approccio mentale all’attività agonistica”.

Intendo dire che nel settore del nuoto master e non solo, è possibile per gli atleti riuscire a ottenere miglioramenti importanti lavorando con professionisti seri riguardo a questi due aspetti: la tecnica della nuotata e l’approccio mentale nei confronti della propria disciplina.

Migliorare la propria tecnica di nuotata è fondamentale per il raggiungimento di una maggiore efficienza del gesto motorio. Se non correggo alcuni errori evidenti sarà impossibile pensare di migliorare la nuotata, la resa in termini di efficacia e quindi le prestazioni da un punto di vista cronometrico.

Conosco nuotatori che con una tecnica approssimativa affrontano dei carichi di lavoro settimanali eccessivi senza ottenere miglioramenti ma la sola conseguenza di essere sempre più frustrati riguardo alla propria pratica sportiva, rischiando, inoltre, di infortunarsi per la scarsa qualità del gesto tecnico.

Il mio suggerimento per questi atleti è quello di prendere in considerazione un percorso di miglioramento della propria tecnica di nuotata, investendo un po’ del loro tempo in questo senso piuttosto che macinare sempre più chilometri ogni settimana.

L’altro aspetto che dal mio punto di vista va preso in seria considerazione ai fini di un possibile miglioramento della prestazione sportiva riguarda l’approccio mentale alla prestazione sportiva. Già in altri miei precedenti interventi avevo accennato all’importanza delle credenze positive che dovrebbero accompagnare l’atleta in luogo di quelle negative. Adottare uno stile di pensiero positivo è alla portata di tutti e permette in tempi sorprendentemente brevi di ottenere risultati straordinari.

Purtroppo però non basta solo questo per cambiare radicalmente il proprio stile cognitivo rispetto alla pratica sportiva, in quanto modelli di pensiero agiti per anni devono essere ristrutturati attraverso percorsi con professionisti del settore per riuscire ad ottenere cambiamenti significativi. Ciò sta a indicare che ci vuole determinazione, convinzione e impegno e le cose si possono ottenere.

A differenza di quanto si è portati a credere lo psicologo dello sport può essere utile anche per l’atleta cosiddetto di medio livello che probabilmente, proprio per lo stesso discorso fatto per la tecnica natatoria, presenta notevoli margini di miglioramento in questo ambito a differenza di un atleta più esperto. In conclusione, quindi, se volete migliorare i vostri risultati lavorate con convinzione in merito alla vostra tecnica natatoria e rispetto al corretto approccio psicologico nei confronti della performance.

Alessandro Visini (Psicologo dello Sport, Allenatore Federazione Italiana Nuoto)

Top Training Centre di Sirmione

Bellissima sessione presso il centro di Alta Specializzazione Natatoria Top Training Centre di Sirmione con due ranisti d’eccezione. Si è lavorato sull’efficacia del tuffo di partenza con rilevamento del tempo di reazione, movimento e stacco e videoripresa subacquea!

Nikefobia – La paura del successo

Quante volte vi è capitato di essere quasi giunti alla vittoria quando, improvvisamente, succede
qualcosa di irrazionale, incomprensibile e quanto sembrava a portata di mano svanisce nel nulla?

Pare impossibile temere di vincere e invece è un’eventualità che si presenta spesso, sia negli sport
Individuali sia negli sport di squadra.

La situazione appena descritta può essere inquadrata come nikefobia, vale a dire la paura di
Vincere: la parola ha origine greca e si compone di “nike” vittoria e “phobos” ovvero paura. È una
fobia molto diffusa in ambito sportivo, che può caratterizzare anche altri contesti, come la scuola o
il lavoro.

La paura di vincere deriva dal significato che la persona attribuisce alla propria pratica sportiva, in quanto tale senso determina i comportamenti agiti come conseguenza di valenze conflittuali.

La paura di vincere può apparire in seguito al raggiungimento di una vittoria o di un risultato
inatteso, che determina nel soggetto una forte e inconsapevole responsabilità, che potrebbe
derivare dal senso di colpa comparso in seguito all’evento vittorioso.

Il nuovo atleta è chiamato a cimentarsi in nuovi contesti, che prevedono un’esposizione nei confronti del pubblico, avversari, media e che potrebbero destabilizzare l’atleta, in quanto chiamato a recitare un nuovo ruolo, correndo il rischio di perdere il proprio mondo, in termini di abitudini, rituali. Il raggiungimento di vittorie importanti o di nuovi record personali rappresenta un innalzamento della propria soglia prestativa personale, che determina la richiesta che l’atleta ripeta tali prestazioni eccezionali.

Talvolta la paura di vincere fa la sua comparsa in atleti che non hanno raggiunto risultati
particolarmente rilevanti, nonostante essi siano potenzialmente delle promesse che potrebbero
raggiungerli sistematicamente. Dietro a tali fenomeni si celano costrutti psicologici che tendono a
considerare il successo come non meritato, o come il raggiungimento di desideri che confliggono
con i paradigmi valoriali del soggetto, determinando dissonanze cognitive.

Tali difficoltà si concretizzano nella mancanza del risultato in gara, nonostante la buona qualità degli allenamenti, oppure in un’eccessiva ansia pre – gara, o ancora nel verificarsi di banali incidenti, che hanno ripercussioni sul risultato finale. Spesso, l’atleta che soffre di questa difficoltà ritiene di non possedere le adeguate abilità per raggiungere il successo o di non essere all’altezza delle aspettative nei confronti di figure di riferimento come l’allenatore, i genitori, i compagni, i tifosi.

Questa sintomatologia è trasversale, nel senso che può colpire atleti di alto livello, di livello
amatoriale o dei settori giovanili. Chiaramente le ripercussioni sono molto pesanti e si traducono
in un abbassamento del livello di autostima e del senso di autoefficacia, in una comparsa di
demotivazioneche, a lungo andare, può portare all’abbandono della disciplina.

Una stima approssimativa quantifica una percentuale del 25% circa di atleti che presentano tale problematica: uno sportivo su quattro sperimenterebbe questo stato psicologico durante la propria pratica agonistica.

È un dato che deve fare riflettere gli operatori del mondo dello sport riguardo all’opportunità di prestare più attenzione a queste dinamiche, magari rivolgendosi ad uno psicologo dello sport, che possa offrire un supporto agli atleti e agli allenatori nella gestione di queste difficoltà.

Le caratteristiche che dovrebbe possedere un campione

Gli attibuti di un campione secondo Dennis Pursley*

1.Riconoscere le opportunità.La vita è piena di opportunità. I campioni riconoscono le opportunità che si presentano a loro e traggono il massimo vantaggio da esse.
2.Attenzione al dettaglio. Può sembrare banale e noioso. Un campione sa che le “piccole cose” possono fare una grande differenza nel risultato finale.
3.Volontà di rafforzare le nostre debolezze.La maggior parte delle persone è incline a concentrarsi sui propri punti di forza e ignora le debolezze. I campioni capitalizzano i propri punti di forza e si concentrano fortemente sull’eliminazione dei punti deboli.
4.La volontà. Il vero campione è sempre alla ricerca del limite e del suo superamento.
5.Saper cogliere le sfideMolte persone evitano la sfida. Il campione la ricerca.
6.La fiducia e la messa a fuoco. Il campione mette a fuoco gli obiettivi e si avvia a raggiungerli con fiducia quando gli altri soccombono a dubbi e distrazioni.
7.Ottenere prestazionisotto pressione.Ilcampione sa gestire la pressione per migliorare le prestazioni piuttosto che esserne indebolito.
8.Risposta positiva al fallimento e alla delusioneIl campione risponderà al fallimento e alla delusione con grinta e maggiore determinazione, mentre altri rispondono con sfiducia e dubbi.
9.Preparazione eccellente. Se vuoi ottenere i risultati deve possedere una forte etica del lavoro e auto-disciplina.
10. Impegno senza compromessiUn campione deve conoscere tutto ciò che serve per migliorare. Tutte le scelte e le decisioni saranno in funzione di questo miglioramento.
11. Forza di volontà: durezza mentale e la tenacia agonistica.
12. Rimanere positivi sul lungo raggio:Rendendosi conto che ogni particolare può fare la differenza.
13.Perseverare… … nella buona e nella cattiva sorte.
14. Gestione delle avversità e Superare gli ostacoliresilienza, flessibilità, adattabilità.
15. Accettare la responsabilità. Un campione deve accettare la responsabilità delle proprie azioni e risultati siano essi positivi o negativi.
16. Disponibilità al sacrificio. Il campione deve essere consapevole che i risultati richiedono sempre sacrificio.
17. Riconoscere che siamo parte di qualcosa più grande delle nostre aspirazioni individuali. Il tutto è più delle singole parti.
18.Mettersi al servizio della squadra. Ci metterà nella condizione di tirare fuori il meglio di noi. ll successo non si misura solo da ciò che avete guadagnato per voi stessi, ma da quello che avete fatto per gli altri.
19. Sostegno incondizionato per il Team. Supporto per la squadra, anche se avremmo preferito fare le cose diversamente. Dimostrarsi disponibili a fare sacrifici personali per il bene della squadra.
20. Onore, orgoglio e privilegio di rappresentare il proprio paese o team. Accettando la responsabilità che deriva da questo ruolo.
21. Umiltà e gratitudine. Riconoscere che oltre ai nostri sforzi, il nostro successo è dovuto ai doni del talento, dell’impegno e del supporto degli altri.
22. Integrità morale. Il vero campione è contraddistinto da rettitudine, solidità di carattere, interezza morale, affidabilità.
23. L’impegno incessante alla ricerca dell’eccellenza.
24. Forza di carattere… … soprattutto quando messi alla prova.
25. Essere coerenti nella propria pratica sportiva con i propri valori, credenze, convinzioni.
26. Il campione è consapevole che la vera grandezza consiste nel raggiungere il meglio delle nostre capacità come atleta e come persona.

*Dennis Pursley. È stato nominato una delle 25 persone più influenti nella storia degli USA Swimming. Pursley ha guidato il coaching staff dell’Australian Institute of Sport, è capo allenatore della squadra olimpica di nuoto della Gran Bretagna.

Il goal setting, la programmazione degli obiettivi

In ambito sportivo la capacità di programmare i propri obiettivi rappresenta un’abilità indispensabile per il raggiungimento delle proprie mete. Questa competenza viene chiamata in termini tecnici Goal Setting e assolve principalmente due funzioni, vale a dire quella di guidare l’atleta e di motivarlo.
Le persone in grado di raggiungere i propri obiettivi vi riescono anche grazie alla capacità di sceglierli con attenzione, di definirli con precisione e di pianificare il modo per ottenerli. Un obiettivo scelto nel modo corretto, presenta il vantaggio di servire da guida e stimolo per quanto riguarda le scelte da compiere per il raggiungimento della meta. Una volta che ci siamo posti degli obiettivi la nostra mente inizia a lavorare a proposito di questi elaborando un piano per il conseguimento degli stessi. La meta in sostanza ci costringe a pianificare delle mappe per il raggiungimento dell’obiettivo. Se le mappe non sono funzionali vengono sostituite da altre che hanno il pregio di essere più razionali.
Questo lavoro di mappatura mentale costituisce il secondo importante aspetto del goal setting, quello legato alla motivazione. Nel tentativo di raggiungere i miei obiettivi provo percorso alternativi che, se ben programmati, mi daranno la possibilità di raggiungere risultati parziali e monitorare l’andamento delle cose con grande ritorno in termini di motivazione al risultato.
Nel caso specifico ci stiamo occupando di goal setting applicato all’ambito sportivo, ma una volta acquisito il metodo esso può essere applicato ai più svariati ambiti della vita. Si tratta solo di disciplinare questa tecnica, magari con l’utilizzo di un professionista, per poi farla propria e applicarla con risultati sorprendenti ai diversi campi dell’esistenza.

Affinché un programma di goal setting si riveli efficace si devono rispettare le seguenti condizioni:
–   Deve essere specifico, cioè devo sapere esattamente cosa voglio. Più sono dettagliato nel stendere il mio obiettivo e più sarà facile trovare la strada per raggiungerlo.
–   Deve essere misurabile in quanto grazie alla misura posso verificare come sto lavorando e se sto procedendo verso la giusta direzione. Possiamo monitorare l’andamento attraverso misure oggettive come i numeri e il tempo, oppure soggettive che fanno riferimento a scale graduate legate alla percezione personale del soggetto.
–   Deve essere personale, nel senso di corrispondente a un nostro obiettivo e non imposto da qualcun altro, per esempio un genitore o l’allenatore. In questo caso potremmo vivere la cosa come estranea ed essere poco motivati a raggiungerla.
–   Deve rappresentare un risultato realistico,quindi raggiungibile e non fuori dalla nostra portata. Nello stesso tempo però deve essere anche sfidante, cioè deve essere stimolante e non troppo facile.
–   Deve essere pianificato da un punto di vista temporale. Per questo si parla di obiettivi a breve, medio e lungo termine. Gli obiettivi a breve termine sono quelli che rientrano entro un mese di tempo, quelli a medio termine indicativamente dovrebbero essere raggiunti entro 3 – 6 mesi, per lungo termine parliamo in genere di una intera stagione sportiva ma potremmo anche considerare tempi più lunghi come la preparazione di un evento importante (campionati europei, mondiali, olimpiadi).

In conclusione vale la pena di accennare alla differenza tra gli obiettivi di prestazione che riguardano il miglioramento di una particolare abilità o comportamento (es. miglioramento della velocità di base) e gli obiettivi di risultato che si riferiscono al raggiungimento dell’obiettivo finale (es. vincere una gara o conseguire il pass per una gara importante).