Riflessioni sulla Psicologia dello Sport

La situazione attuale

La psicologia dello sport è un argomento di estrema attualità a cui dedicano attenzione quotidiani, riviste specializzate, programmi televisivi e radiofonici, siti web, blog, social network. Tutti i commentatori concordano sul fatto che l’aspetto mentale in ambito sportivo è fondamentale per atleti, squadre, allenatori. Sembrerebbe di conseguenza che la cura della “testa” dello sportivo sia una questione ormai sdoganata nel nostro Paese, ma purtroppo non è così.

Paradossi italiani

La situazione italiana è paradossale in quanto da un lato non si perde occasione di sottolineare l’importanza della psicologia in ambito sportivo e dall’altro si disattende sistematicamente la messa in pratica di un processo di allenamento mentale costante. Se allenare le capacità condizionali, tecniche e tattiche è fondamentale, non si capisce per quale motivo la componente mentale venga presa in considerazione solo nei momenti di difficoltà e non come aspetto da allenare tanto quanto gli altri fattori connaturati alla pratica sportiva.

La mancanza di una pianificazione efficace

Qualora l’atleta soffra di eccessiva attivazione pregara (ansia) si interviene solo nel momento in cui la problematica è divenuta talmente invalidante da non permettere allo sportivo di esercitare la propria attività. Sarebbe più logico pianificare un percorso per tempo dotandolo di strumenti per gestire al meglio la propria attivazione psicofisiologica, permettendogli di ottimizzare la gestione dell’ansia e la condizione generale psicofisica prima della gara. Nei casi in cui la squadra non abbia sviluppato buone dinamiche interne si agisce di rimessa improvvisando un team building straordinario (per esempio il ritiro) per favorire migliori rapporti all’interno del gruppo, mentre sarebbe opportuno che la costruzione del team fosse un obiettivo fondamentale preventivato all’inizio della stagione.

Barriere culturali

Nonostante il continuo riferimento all’importanza dell’allenamento mentale (mental training) l’Italia dello sport soffre ancora la difficoltà di inserire nella pianificazione della stagione attività legate all’aspetto psicologico e questo avviene, a mio modo di vedere, per ragioni di ordine culturale.  Tra di esse la prima riguarda il fatto che lo psicologo è ancora percepito come una figura che ha a che fare con il disagio mentale per cui un atleta trova poco naturale rivolgersi a questa professionista. In realtà lo psicologo dello sport aiuta l’atleta a gestire al meglio le proprie competenze mentali in ambito sportivo (la focalizzazione, la consapevolezza, il problem solving), si rivela un importante supporto nella gestione delle emozioni (per esempio nel contenimento e la gestione della rabbia), facilità il processo di conoscenza di se stessi come esseri umani e sportivi.

L’arte del fatalismo

Un altro motivo che si nasconde dietro alla difficoltà di affidarsi ad un professionista della salute mentale riguarda il mito che l’atleta non può mostrarsi debole altrimenti verrebbe meno la sua credibilità in termini di rispecchiamento sociale da parte dei tifosi e appassionati. Nel caso in cui lo sportivo manifestasse difficoltà legate alla sfera psicologica la tendenza generale è quella di non dare l’opportuna attenzione alle sue difficoltà ma di attende che le cose si sistemino da sole.

L’allenatore tuttologo

L’alternativa presa in considerazione è quella di far gestire le difficoltà a figure che non posseggono le necessarie competenze per farlo; spesso ci si affida all’erronea credenza che l’allenatore, che naturalmente dovrebbe possedere delle conoscenze di psicologia, ma non è uno psicologo, possa risolvere problematiche che esulano dalla sua formazione. Se è vero che spesso gli allenatori riescono a svolgere in modo efficace il ruolo di motivatori del singolo atleta o della squadra, è altrettanto realistico considerare che se devono gestire problematiche legate alla gestione dell’ansia, della concentrazione, dello stress o dinamiche personali dell’atleta legate a un momento di difficoltà di natura esistenziale sarebbe più utile rivolgersi ad un professionista.

Manca il tempo

La scarsa attenzione agli aspetti psicologici in ambito sportivo è spesso giustificata anche dal fatto che gli atleti hanno già troppe cose a cui dedicarsi; il tempo per poter lavorare con uno psicologo dello sport tende ad essere considerato come un qualcosa che potrebbe togliere spazio ad attività che hanno necessariamente la precedenza.

Coach e motivatori

Spesso le società e gli atleti si affidano alla figura del coach o del motivatore perché sembrerebbe che tutte le problematiche in ambito sportivo siano riconducibili a questioni legate alla motivazione. Tale visione risulta essere estremamente superficiale e limitata in quanto gli atleti si trovano a dover fronteggiare molte difficoltà tra le quali possiamo individuare la gestione di ansia, concentrazione, stress, emotività, comunicazione. Inoltre dovrebbero imparare ad utilizzare tecniche psicologiche che rendano l’atleta più efficace e sicuro nella propria pratica sportiva. Tali competenze possono essere apprese solamente attraverso un percorso con un professionista preparato alla gestione di questi aspetti e formato ad accogliere la dimensione psicologica dello sportivo nella sua totalità.

Team di professionisti dello sport

Alla luce di queste considerazioni, sarebbe auspicabile che la figura dello psicologo dello sport trovasse sempre più spazio all’interno dei contesti sportivi di tutti i livelli per contribuire, insieme ad altre figure professionali che collaborino in team (tecnici, preparatori, fisioterapisti, medici, nutrizionisti), a rendere l’esperienza sportiva sempre più completa, funzionale ed appagante.

Alessandro Visini – Psicologo dello Sport e delle Organizzazioni

Mindful Leadership

Corso di Mindful Leadership in ambito organizzativo

Perché la mindfulness in azienda?

Passiamo la maggior del nostro tempo al lavoro. Lo stress diventa una costante e, oltre a poter causare problematiche psicofisiche, diventa un costo per l’azienda, essendo spesso causa di assenteismo e di perdite di produttività.
Il nostro training di Mindfulness è uno strumento prezioso per chi si trova a gestire il lavoro di altre persone.
Il percorso di consapevolezza aiuta a sviluppare le proprie risorse interiori, a mantenere lucidità mentale e offre spunti per la gestione delle relazioni interpersonali.
Un percorso di consapevolezza migliora lo stato di salute, la gestione dell’ansia legata allo stress e conduce allo sviluppo di relazioni positive ed empatiche.
Tutto ciò si traduce in prestazioni migliori per l’azienda stessa.

 

Com’è strutturata la formazione?

I nostri corsi prevedono moduli di Sedici o Ventiquattro ore che possono essere suddivise in:

  • Workshop di 1 o 2 giornate
  • Corsi a cadenza mensile o settimanale
I corsi possono anche essere confezionati su misura e concordati in funzione delle esigenze dell’azienda e del personale. Ogni offerta è creata specificatamente per esplorare la combinazione del training di Mindfulness con le qualità associate con l’eccellenza nella leadership.

I NOSTRI CORSI

Corso premium di mindfulness manager coaching

  • 24 ore di formazione
  • un programma di esercizi da svolgere quotidianamente, con l’assistenza dei docenti e la disponibilità di materiale multimediale.

I partecipanti impareranno i fondamenti della leadership consapevole, che include la comunicazione efficace, come coltivare la focalizzazione, vedere al di là dei condizionamenti, gestire lo stress per essere manager innovativi ed efficienti.
Il corso Mindfulness manager coaching è pensato per sviluppare le proprie abilità di leader e concorrere a creare un ambiente di lavoro creativo e innovativo, aumentando il coinvolgimento e la produttività.

Il corso incoraggia i manager a divenire:

  • Collaborativi, in grado di promuovere una cultura aziendale creativa e fondata su valori condivisi;
  • Compassionevoli, che abbiano a cuore gli altri esseri umani e che siano allo stesso tempo gentili e assertivi.
  • Che spronino le persone a crescere offrendo il meglio di loro stesse;
  • Che vedano il futuro in modo positivo e si adoperino per realizzarlo.

Corso di mindfulness training base

  • 16 ore di formazione
  • un programma di esercizi da svolgere quotidianamente, con l’assistenza dei docenti e la disponibilità di materiale multimediale.
I partecipanti apprenderanno nozioni sul funzionamento della nostra mente rispetto a negatività, demotivazione e stanchezza.
Concetti base di consapevolezza per ottenere un miglioramento cognitivo ed emotivo grazie a una mente calma.
Tecniche per il miglioramento delle relazioni sia in campo lavorativo sia personale.
Saranno inoltre forniti strumenti per una migliore gestione dello stress e per migliorare la propria prestazione in ambito lavorativo.

L’obiettivo del corso è di incrementare:

  • La presenza mentale;
  • La comunicazione assertiva;
  • La capacità di gestione dell’ansia e dello stress;

 

Durante gli incontri si imparerà:

  • Come funziona la mente e i motivi per i quali siamo portati a concentrarci sul negativo sentendosi demotivati e stanchi;
  • Come la capacità di portare consapevolezza in modo gentile ai nostri pensieri ed emozioni può aiutarci a calmare la mente e ad avere più memoria, concentrazione ed energia;
  • A migliorare le relazioni sia in campo lavorativo che personale.

 

Chi siamo

 

Chiara Tedeschi
Mindfulness trainer, secondo il programma MBLC – Mindfulness Based Living Course specifico della Mindfulness Association. La mia formazione è seguita al mio percorso personale di pratica di meditazione che fa ormai parte della mia quotidianità. Nel mio insegnamento porto anche il bagaglio della mia esperienza professionale, arricchita da un periodo di 6 anni di lavoro negli Stati Uniti e dal continuo aggiornamento con seminari e approfondimenti in Scozia e a Londra presso le sedi della Mindfulness Association. Il mio approccio è il risultato delle mie ricerche in ambito delle neuroscienze e della mia esperienza di conduttrice di gruppi eterogenei mettendo in pratica le capacità di ascolto empatico e compassionevole propri della mente Mindful.

 

Alessandro Visini

Psicologo e filosofo. La mia formazione si è completata con la specializzazione in Counseling e in Psicologia dello Sport. La possibilità di essere d’aiuto alle persone rappresenta l’aspetto che amo di più del mio lavoro. Lavoro con atleti di alto livello, organizzazioni ad alte prestazioni e manager. Il mio approccio estremamente pratico, focalizzato al risultato e attento all’unicità della persona mi permette di entrare in profonda sintonia con i gruppi e gli individui con cui collaboro. L’attenzione per le recenti scoperte scientifiche in ambito neuropsicologico coniugate con il sapere filosofico rappresentano il tratto distintivo dei miei interventi.

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Sport e aggressività: alcune considerazioni

Premesse

Lo sport è un contesto nel quale possono verificarsi atti aggressivi, addirittura tale prospettiva assume una declinazione positiva qualora l’aggressività sia finalizzata al raggiungimento di obiettivi senza che vi sia intenzionalità di danneggiare l’avversario. Talvolta il confine tra l’utilizzo strumentale dell’aggressività per il raggiungimento di obiettivi e il ricorso all’ostilità per causare sofferenza è molto sottile e poco definito. Questi impulsi aggressivi purtroppo possono diventare patrimonio comune di tutti gli attori che partecipano all’esperienza sportiva, in particolare spettatori e giovani atleti che interiorizzano tale modello nella convinzione che se ne debba far ricorso per poter raggiungere il successo.

Rabbia e sport

Diverse ricerche confermano che l’atteggiamento aggressivo negli atleti tende a risultare più frequente di pari passo con la progressione della carriera sportiva. Il concetto di aggressività, e in senso più ampio quello di rabbia, introduce la nozione di auto-regolazione emotiva che può tradursi in comportamenti prosociali piuttosto che antisociali. Se quest’ultimi possono essere rappresentati dall’intenzione di provocare un danno fisico o psicologico all’avversario, quelli prosociali sono finalizzati all’aiuto e al sostegno.

Autoregolazione emotiva

L’autocontrollo rappresenta una competenza fondamentale di adattamento all’ambiente in cui si vive e comporta vantaggi per gli individui e la società; per esempio le persone che possiedono buone abilità in tal senso raggiungono in genere migliori prestazioni nei campi in cui si impegnano, relazioni più soddisfacenti, tassi di rabbia e aggressività più contenuti rispetto ai soggetti con basso livello di autocontrollo. Nel contesto sportivo gli atleti con minore capacità di autocontrollo tendono a fornire prestazioni più scadenti a causa del fatto che sono meno focalizzati rispetto ai fattori importanti per il raggiungimento del risultato e tendenzialmente più distratti e rabbiosi. Diversi studi hanno confermato una maggiore aggressività da parte degli atleti maschi negli sport di squadra rispetto alle donne (Maxwell e Moores, 2007).

Proposte d’intervento

Un intervento finalizzato alla rimodulazione di un comportamento aggressivo disfunzionale in ambito sportivo prevede il coinvolgimento di atleti, allenatori, genitori. Lo sportivo potrebbe ricorrere ad atteggiamenti violenti in quanto tollerati da allenatore e genitori, in tal caso si rende necessario ridefinire alcuni aspetti etici alla base della pratica sportiva. In termini più pratici l’atleta potrebbe seguire un training finalizzato al raggiungimento di maggiori competenze legate all’autocontrollo ricorrendo a tecniche come la visualizzazione (imagery) o al proprio dialogo interiore (self talk) finalizzati a contenere il livello di rabbia e aggressività. Le abilità di autocontrollo possono rivelarsi utili in tutti i casi in cui gli atleti manifestano la tendenza a perdere concentrazione a causa di elementi distraenti tra i quali il principale potrebbe essere rappresentato dal comportamento scorretto da parte dell’avversario.

Biofeedback e Psicologia Clinica e dello Sport

Il biofeedback è una metodologia attraverso la quale si può apprendere l’autocontrollo volontario di alcuni processi psicofisiologici.

Tale abilità è allenata attraverso un’informazione di tipo acustico o visivo (feedback) ottenuta in tempo reale per mezzo di un segnale restituito dallo strumento.

Si tratta, in sostanza, di un monitoraggio psicofisiologico consistente in una rilevazione del grado di attivazione e funzionamento dell’organismo.

L’assunto di base del biofeedback consiste nel fatto che i soggetti possono utilizzare tale tecnica per migliorare la propria salute e imparare ad autoregolare le proprie funzioni corporee.

Il processo consiste nella presa di coscienza di particolari condizioni fisiologiche e nella conseguente modificazione delle stesse attraverso strategie comportamentali.

Il biofeedback concorre a determinare delle modificazioni a livello fisiologico che comportano dei cambiamenti anche a livello mentale ed emotivo.

Tale metodologia permette al soggetto di interpretare in modo appropriato le proprie sensazioni corporee, di imparare ad autoregolarle e stabilizzare questa competenza in assenza di feedback.

L’applicazione del biofeedback consente di ottenere buoni risultati per quanto riguarda il controllo di stati o funzioni psicologiche come l’ansia, la concentrazione, il rilassamento, lo stress.

Nello specifico il biofeedback è utilizzato per alleviare dolori di diversa natura; dalle cefalee alle contratture muscolari.

Favorisce il contenimento di ansia, tic, balbuzie, iperidrosi, fobie e attacchi di panico, disturbi gastro-intestinali, bruxismo.

Per quanto concerne la psicologia dello sport l’utilizzo del biofeedback permette agli atleti di controllare il proprio livello di attivazione, di ridurre l’ansia da prestazione e la fatica, d’incrementare la forza muscolare, di regolare il ritmo cardiaco, di migliorare la gestione dello stress.

Tutto questo si traduce in una ottimizzazione della performance che determina la corretta attivazione definita stato di flow o zona di massima prestazione.

In ambito sportivo, la tecnica del biofeedback viene spesso utilizzata in associazione con tecniche di rilassamento e di imagery mentale.

 

Lo Stress: conoscerlo e gestirlo

Definizione

Con il termine stress si intende una sindrome generale di adattamento atta a ristabilire un nuovo equilibrio interno (omeostasi) in seguito a fattori di stress (stressors).

Le alterazioni dell’equilibrio interno possono avvenire a livello endocrino, umorale, organico, biologico. In sostanza si tratta di una reazione aspecifica del nostro sistema ad una situazione che richiede un nostro coinvolgimento psicofisico.

Esso risulta essere uno dei principali fattori responsabili dello sviluppo della maggior parte di malattie e malessere della persona. Recenti ricerche calcolano che dal 75% al 90% delle visite ai medici di base sono dovute a cause ricollegabili allo stress.

Per migliorare la nostra salute e il nostro benessere è fondamentale imparare a gestire efficacemente lo stress.

Alti livelli di stress a carico del nostro organismo per lunghi periodi ostacolano il funzionamento del nostro sistema immunitario e provocano un’intossicazione del nostro corpo.

Tra i principali effetti dovuti allo stress si riscontra l’invecchiamento cellulare genetico, alti livelli di cortisolo (ormone dello stress), stanchezza cronica, emicrania.

Un grave errore che le persone commettono è quello di sottovalutare le conseguenze dello stress pensando che esso sia un problema temporaneo che spontaneamente tenderà a risolversi.

Sebbene quando si prende in considerazione lo stress generalmente lo si valuti in termini negativi, in realtà lo stress può avere una connotazione sia positiva sia negativa.

Stress positivo e negativo

Nello specifico, quando il rapporto tra energie investite e risultati ottenuti è percepito come equilibrato e vantaggioso si parla di Stress positivo (Eustress).

Qualora sperimentiamo una sensazione di sbilanciamento tra l’investimento energetico in una attività e i risultati ottenuti parliamo di Stress negativo (Distress).

In quest’ultimo caso sono secrete delle sostanze chimiche nel nostro sistema circolatorio che, a lungo andare, causano danni anche molto gravi a diversi organi del corpo giungendo a determinare anche modificazioni a livello genetico.

Ciò che determina l’entità della dello stress percepito è una variabile soggettiva legata a diversi fattori e alla capacità di fronteggiare le varie situazioni stressanti (coping).

Suggerimenti

Sviluppare buone competenze di gestione dello stress è fondamentale per il nostro benessere psicofisico. Ecco alcuni suggerimenti che puoi seguire per prevenire e gestire in maniera efficace lo stress:

  • Dedicati a una vita sana in termini di alimentazione, riposo e movimento;
  • Assumi una buona postura del corpo e respira correttamente;
  • Alterna momenti di stress a momenti di relax;
  • Agisci piuttosto che rimuginare;
  • Pratica tecniche di rilassamento o meditazione;
  • Esterna le tue difficoltà con una persona di fiducia o un professionista del benessere psicologico.

Lo sviluppo delle Life Skills in relazione alla pratica sportiva

Per Life Skills si fa riferimento all’insieme di abilità personali e relazionali che servono per affrontare positivamente la vita quotidiana; nello specifico si tratta di competenze che permettono di rapportarsi con fiducia a se stessi, agli altri e alla comunità.

La mancanza di tali competenze socio-emotive può causare, in particolare nei giovani, l’instaurarsi di comportamenti negativi e a rischio in risposta agli eventi stressanti.

In estrema sintesi per Life Skills si intendono le seguenti capacità:

  • Leggere dentro se stessi (Autocoscienza);
  • Riconoscere le proprie emozioni e quelle degli altri (Gestione delle emozioni);
  • Governare le tensioni (Gestione dello stress);
  • Analizzare e valutare le situazioni (Senso critico);
  • Prendere decisioni (Decision making);
  • Risolvere problemi (Problem solving);
  • Affrontare in modo flessibile le situazioni (Creatività);
  • Esprimersi (Comunicazione efficace);
  • Comprendere gli altri (Empatia);
  • Interagire e relazionarsi con gli altri in modo positivo (Relazioni interpersonali).

Il legame che intercorre tra la pratica sportiva e l’apprendimento di Life Skills è stato oggetto di molti studi, realizzati in contesti differenti, che hanno evidenziato come lo sport costituisca un’esperienza che facilita tale processo.

Alcune ricerche hanno sottolineato che l’attività sportiva sviluppa nello specifico abilità come il pensiero creativo, l’autocoscienza e l’abilità nelle relazioni interpersonali. Affinché questa condizione si possa realizzare ci deve essere il concorso di più fattori come le caratteristiche dell’individuo, della famiglia d’origine e del contesto in cui si pratica sport.

Dalle considerazioni esposte si evidenziano due ordini di fattori. Il primo riguarda il fatto che lo sport deve essere considerato un ambito di investimento prioritario, insieme alla scuola, per la formazione e la crescita personale dei giovani, soprattutto quelli appartenenti alle fasce di popolazione più deboli che potrebbero non godere delle stesse opportunità di apprendimento di Life Skills orientate al raggiungimento del pieno sviluppo personale.

Il secondo ordine di fattori è in relazione al fatto che le ricadute positive in termini di Life Skills, maturate attraverso la pratica sportiva, sono direttamente ricollegabili al contributo della famiglia e della società sportiva che si caratterizzano come agenzie educative imprescindibili per il raggiungimento di tale obiettivo.

 

Allenatori e Leadership

Definizione

Per leadership si intende il processo che guida individui e gruppi verso il raggiungimento di obiettivi. Il termine deriva dal verbo inglese to lead che significa guidare, condurre, influenzare. In ambito sportivo il leader ha il compito di guidare una squadra e il singolo atleta verso il raggiungimento di obiettivi specifici.

Le leadership degli allenatori

Recenti ricerche in ambito di psicologia dello sport hanno evidenziato che la capacità di leadership dell’allenatore percepita dagli atleti e dal coach stesso non coincide.

In particolare pare che gli atleti si aspetterebbero un atteggiamento più democratico da parte dell’allenatore, inteso come maggior dialogo e capacità decisionale del coach, la possibilità di ricevere più istruzioni tecnico tattiche, più supporto sociale e maggiori feedback positivi.

Leadership percepita

Gli allenatori, in genere, tendono a sovrastimare l’autopercezione delle proprie abilità rispetto alla situazione reale dimostrando di non essere necessariamente in sintonia con quanto percepito dai propri atleti.

Tutto ciò si riflette in termini negativi per quanto riguarda l’impegno verso la propria disciplina da parte degli atleti.

La leadership percepita da parte degli allenatori e quella ideale descritta dagli atleti sembrano essere in linea e ciò induce a pensare che, in linea di massima, allenatori e atleti condividano l’ideale di comportamento da mettere in atto.

Il nodo problematico riguarda il fatto che, spesso, il comportamento agito dall’allenatore si discosta da quello ritenuto ideale.

Conclusioni

Da queste considerazioni si deduce che una leadership più efficace in ambito sportivo, che determini un miglioramento della performance e delle soddisfazioni degli atleti, è in stretta relazione con la riduzione delle differenze tra leadership ideale e attuale degli allenatori.

La psicologia dello sport potrebbe aiutare gli allenatori delle diverse discipline a divenire più consapevoli dei propri comportamenti con la finalità di rimodularli per agire leadership più efficaci.

Il benessere lavorativo è un’utopia?

Benessere lavorativo e performance.

Nella mia esperienza professionale di Psicologo ho notato molte similitudini tra i team ad alte prestazioni in ambito organizzativo e sportivo. Entrambi eccellono nel raggiungimento dei propri obiettivi e risultati quando il benessere lavorativo all’interno del gruppo è elevato in conseguenza di un ottimo clima ambientale.

La creazione di un buon clima  di lavoro è determinato essenzialmente da tre fattori: l’ambiente inteso come luogo di lavoro nel quale le mansioni sono specificate in modo chiaro e non ambiguo, che permetta un sano equilibrio tra vita personale e lavorativa.

Un buon rapporto con il management aziendale in termini di apprezzamento e reciproca fiducia. Una buona qualità della vita emotiva sperimentata nel contesto di lavoro che si traduce in forte motivazione, senso di appartenenza e soddisfacenti relazioni interpersonali.

Il caso italiano.

Recenti indagini volte ad analizzare la situazione italiana rispetto alle tesi appena esposte, fanno emergere alcuni dati non particolarmente confortanti. Per esempio si evidenzia che solo il 20% dei lavoratori si reca sul luogo del lavoro felice, che solo il 50% dei dipendenti italiani ritiene il proprio ambiente di lavoro stimolante, che circa il 50% ha fiducia nel futuro lavorativo.

Tali dati allarmanti sembrerebbero derivare dalla mancanza nelle aziende italiane di benefit e piani di welfare strutturati. In realtà, da un’analisi più approfondita, pare che il vero problema legato all’insoddisfazione sui luoghi di lavoro sia prevalentemente da ricercare nella mancanza di “senso” che caratterizza il tempo che le persone dedicano al lavoro.

Svolgere la propria attività come un tempo “altro” rispetto a quello della propria vita personale espone le persone a vivere situazioni demotivanti, caratterizzate da frustrazione e cinismo. In questo senso il lavoro risulta “un mezzo per guadagnarsi da vivere” che non si configura come uno spazio esistenziale all’interno del quale la persona diviene ciò che è.

Il peso della crisi economica.

I tempi della crisi economica planetaria dovrebbero farci riflettere su questi aspetti legati a un modo di intendere il lavoro ormai obsoleto e tipico di vecchie economie che consideravano la produttività materiale disgiunta dall’arricchimento spirituale del lavoratore.

La nuova figura dell’imprenditore è chiamata a prestare attenzione al profitto ma con una nuova accezione, vale a dire curandosi del benessere organizzativo dei lavoratori che operano nella propria impresa. L’agire economico acquista in tal senso un significato più completo che include aspetti etici di utilità sociale e dignità del lavoratore.

Nuove politiche del lavoro.

In questa grande sfida l’imprenditore non è l’unico attore sociale che deve ripensare il proprio modo di fare impresa, è evidente che questo passaggio epocale deve essere sostenuto da politiche del lavoro e relazioni industriali che vadano nella stessa direzione con la finalità di progettare un nuovo patto per il Paese.

La modernità liquida, che permea le esistenze di tutti noi, si propaga anche nel mondo lavorativo declinandolo in termini di attività estemporanea che non contribuisce a fornire spessore esistenziale alla persona.

Il capitale umano come elemento strategico.

Il capitale umano, nella sua piena e profonda autenticità, costituisce il valore fondamentale di qualsiasi organizzazione e contribuisce in misura rilevante a fornire valore ai sistemi produttivi.

Potremmo sostenere che il capitale umano, e il suo corrispondente benessere, rappresenta l’elemento strategico delle organizzazioni ad alte prestazioni in quanto concorre a rendere durevole e stabile il processo organizzativo dotandolo di una qualità superiore.

Il capitale umano è in grado di produrre risultati migliori quando si avviano buone pratiche finalizzate a massimizzare il benessere dei team di lavoro che si traduce in minor assenteismo, miglior precisione, alta motivazione.

Benessere organizzativo nelle pubbliche amministrazioni.

Già una Direttiva del Dipartimento della Funzione Pubblica del marzo 2004 si muoveva in questa direzione per quanto riguarda l’adozione di misure per migliorare il benessere organizzativo nelle pubbliche amministrazioni.

La finalità di tale direttiva consisteva nel migliorare il benessere all’interno della propria organizzazione rilevando le opinioni dei dipendenti sulle dimensioni che determinano la qualità della vita e nell’adozione di opportune misure di cambiamento per valorizzare le risorse umane, aumentare la motivazione dei collaboratori, migliorare i rapporti tra dirigenti e operatori, accrescere il senso di appartenenza e di soddisfazione dei lavoratori per la propria amministrazione.

Inoltre per accrescere il senso di appartenenza e di soddisfazione dei lavoratori per la propria amministrazione, rendere attrattive le amministrazioni pubbliche per i talenti migliori, migliorare l’immagine interna ed esterna e la qualità complessiva dei servizi forniti, prevenire i rischi psico – sociali.

Dalla teoria alla pratica.

A quasi 15 anni di distanza dall’emanazione di quella direttiva è difficile valutare quanto sia stato fatto in questo senso. Probabilmente un’attenta analisi rivelerebbe che in alcuni contesti sono state adottate misure che hanno permesso di innalzare notevolmente il livello di benessere che i dipendenti sperimentano nei luoghi di lavoro, anche se l’impressione è che ci sia ancora molto da fare.

Nel privato la situazione non è molto differente dal settore pubblico in quanto, a fronte di una convinzione piuttosto radicata dell’importanza di incrementare il benessere all’interno delle organizzazioni, segue raramente l’adozione di misure concrete in tal senso.

Si evidenziano, in ogni caso, realtà virtuose all’interno delle quali si sperimentano alcune o parecchie delle situazioni seguenti: l’offerta di un’assicurazione complementare, l’investimento in strumentazione professionale per favorire il lavoro, la predisposizione di iniziative a favore della flessibilità lavorativa, l’attuazione di azioni per la sicurezza sul lavoro, l’istituzione di sportelli di consulenza psicologica, l’implementazione di piani di carriera e progetti di formazione continua, la predisposizione di ambienti di lavoro funzionali e gradevoli, la ricompensa delle performance con bonus, l’azione di supporto per i dipendenti con piani di salute fisica e sportiva, la facilitazione della gestione della vita privata dei collaboratori con l’adozione di iniziative come asilo nido, baby sitting, mense scolastiche, buoni benzina, buoni spesa.

Scenari futuri.

Il processo di rinnovamento delle imprese italiane, pubbliche e private, deve necessariamente confrontarsi con l’urgente esigenza di restituire al lavoratore la sua piena realizzazione durante l’esperienza lavorativa. Si tratta quindi di tracciare una nuova via che possa contribuire a far ripartire le nostre aziende all’insegna di un nuovo modello produttivo in cui gli aspetti legati alla performance aziendale si coniughino con la piena soddisfazione del lavoratore.

Alessandro Visini – Psicologo